Diagnosi da adulti?

Meglio tardi che mai!

Gli adulti autistici, si accostano alla diagnosi perché in cerca di spiegazioni rispetto ad alcuni comportamenti che non sono convenzionali. Si sentono persone "strane", si vedono "diversi" e quando ricevono la diagnosi di autismo, spesso sono sollevati, perché possono finalmente accettarsi e imparare a sfruttare al meglio le loro potenzialità, mascherate da anni di adattamento alla società neurotipica.

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  • Step 1

    Il primo passo è un colloquio di consulenza, dove analizzeremo insieme le difficoltà che stai vivendo e i tuoi bisogni.

  • Step 2

    Farai un colloquio psichiatrico, uno di raccolta anamnestica e tutti i test psicologici necessari. In sole 2 settimane l'équipe potrà giungere alla tua diagnosi.

  • Step 3

    Riceverai gli esiti dei test psicologici, la tua diagnosi ed anche una proposta terapeutica che possa permetterti di raggiungere i tuoi obiettivi.

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Il percorso inizia con il primo colloquio di valutazione al costo di 80€, al termine del quale potrai decidere se proseguire con la diagnosi o fermarti. Puoi scegliere di farlo online o raggiungerci nei nostri studi di Milano.

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Questo test non è assolutamente una diagnosi definitiva ma ti aiuta a capire se esiste la possibilità che tu abbia un funzionamento autistico.

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Q&A sullo spettro autistico negli adulti

F.A.Q

Avete esperienza con la diagnosi femminile e le presentazioni "atipiche"?

Sì. La nostra équipe è specificamente formata per riconoscere le presentazioni femminili e le forme di autismo con alto livello di funzionamento, che spesso sfuggono ai percorsi diagnostici tradizionali. Conosciamo il gender gap diagnostico e sappiamo cercarlo nelle storie di chi si rivolge a noi.

Se sei una donna, una persona non-binary o ti identifichi nelle storie di chi ha fatto masking per tutta la vita, sei nel posto giusto. Il nostro approccio non si basa sullo stereotipo del "bambino autistico" ma sulla realtà dell'autismo in età adulta, in tutte le sue varietà.

Sono in terapia da anni senza risultati: può essere legato all'autismo non diagnosticato?

È una situazione molto comune. Molte terapie generiche — anche se condotte bene — non producono i risultati attesi nelle persone autistiche perché non tengono conto delle specificità del funzionamento neurodivergente. Strategie che funzionano per la maggior parte delle persone possono non funzionare (o addirittura peggiorare la situazione) per chi è nello spettro.

Se sei in terapia da tempo senza notevoli miglioramenti, potrebbe valere la pena chiedere una valutazione per autismo. Una diagnosi non invalida il lavoro fatto fino a ora, ma può aprire un percorso terapeutico molto più efficace e specifico per il tuo funzionamento.

Posso portare un familiare o una persona di supporto durante le sedute?

Sì. Sappiamo che affrontare un percorso diagnostico può essere impegnativo, e avere una persona di fiducia al proprio fianco può fare la differenza. La presenza di un familiare o di una persona di supporto può essere utile anche nella raccolta anamnestica, poiché i ricordi e le osservazioni di chi ti conosce da vicino arricchiscono il quadro clinico.

Se hai bisogno di accomodamenti specifici durante le sedute (come materiali scritti, pause più frequenti, ambiente a bassa stimolazione sensoriale), comunicacelo al momento della prenotazione e faremo del nostro meglio per adattarci.

Quanto costa il percorso diagnostico completo?

Il percorso inizia con un primo colloquio di valutazione al costo di €80, al termine del quale puoi liberamente decidere se proseguire con la diagnosi o fermarti. Questo primo incontro serve a capire insieme se ha senso avviare una valutazione completa e se dobbiamo porci altri quesiti diagnostici (es ADHD) oltre alla tua domanda di partenza.

Per i costi del percorso diagnostico completo, ti invitiamo a contattarci direttamente: la struttura economica può variare in base al tipo di approfondimento necessario. Non ci sono impegni economici prima del colloquio iniziale.

Autismo e depressione: sono collegati?

Sì, esiste una correlazione significativa. Circa il 54% degli adulti autistici presenta almeno una comorbidità psichiatrica, con ansia e depressione ai primi posti. Questo non significa che l'autismo causi depressione, ma che le condizioni di vita di molte persone autistiche — l'isolamento sociale, la fatica del masking, le difficoltà lavorative, l'esperienza di non sentirsi capiti — possono favorire lo sviluppo di stati depressivi.

È fondamentale distinguere tra depressione vera e propria (che richiede un trattamento specifico) e burnout autistico (che richiede invece una riduzione delle richieste e degli stressor). Le due condizioni possono coesistere, ma confonderle porta a trattamenti inefficaci.

Autismo e relazioni di coppia: cosa succede e cosa si può fare?

Le relazioni di coppia con una o entrambe le persone autistiche funzionano diversamente, non necessariamente peggio. Le difficoltà più comuni riguardano la comunicazione delle emozioni (non perché non si provi empatia, ma perché il modo di riconoscerla ed esprimerla può essere diverso), la gestione delle aspettative implicite, e le differenze nelle necessità sensoriali o nella gestione della routine.

Frequente è anche la cosiddetta "teoria della doppia empatia": le difficoltà comunicative tra persone autistiche e neurotipiche non dipendono solo dalla persona autistica, ma da una differenza bidirezionale nel modo di comunicare e interpretare i segnali sociali.

Psicoterapia di coppia con professionisti che conoscono l'autismo, e una maggiore consapevolezza da parte di entrambi i partner, possono fare una grande differenza.

Cos'è il burnout autistico e come si riconosce?

Il burnout autistico è uno stato di esaurimento profondo e specifico, distinto dalla depressione e dal burnout lavorativo. Non scompare dormendo di più: riguarda l'intero sistema nervoso, cronicamente sovraccaricato da stimoli sensoriali, masking prolungato e richieste sociali eccessive.

I segnali principali sono: stanchezza estrema che non passa con il riposo, regressione di abilità (difficoltà improvvise nel parlare, nel prendere decisioni, nel fare cose che prima riuscivano), aumento della sensibilità sensoriale, ritiro sociale, irritabilità e senso di perdita di controllo. La differenza dalla depressione è che il burnout autistico migliora con una riduzione delle richieste ambientali e del masking, non con i classici interventi sull'umore.

Molti adulti arrivano alla diagnosi di autismo proprio dopo un episodio di burnout: è il momento in cui le strategie di adattamento smettono di funzionare e le caratteristiche autistiche diventano maggiormente visibili.

Cosa sono i livelli di autismo (livello 1, 2, 3)?

Secondo il DSM-5, l'attuale manuale diagnostico di riferimento, l'autismo non è più suddiviso in categorie separate (come la vecchia distinzione tra autismo e sindrome di Asperger) ma è concepito come uno spettro unico, suddiviso in tre livelli in base al bisogno di supporto — non alla gravità come spesso si crede erroneamente.

Il livello 1 indica un bisogno di supporto lieve: la persona funziona in modo relativamente autonomo ma può incontrare difficoltà significative in contesti sociali complessi o sotto stress. Il livello 2 indica un bisogno di supporto sostanziale. Il livello 3 indica un bisogno di supporto molto sostanziale.

È importante sottolineare che il livello non descrive il valore, l'intelligenza o il potenziale della persona — descrive solo quante risorse esterne sono necessarie per supportarne il funzionamento in un dato momento.

Autismo e ADHD: possono coesistere? Come si distinguono?

Sì, autismo e ADHD sono due condizioni distinte che possono coesistere nella stessa persona — si parla di "doppia diagnosi" o profilo AuDHD. Le stime indicano che una percentuale significativa di persone autistiche presenta anche caratteristiche ADHD, e viceversa.

Le differenze: l'ADHD è caratterizzato principalmente da difficoltà di attenzione, impulsività e iperattività (che negli adulti si manifesta spesso come irrequietezza interiore o logorrea). L'autismo si caratterizza invece per differenze nella comunicazione sociale, sensibilità sensoriale, necessità di routine e interessi intensi e specifici.

In pratica si sovrappongono spesso su aree come la disregolazione emotiva, le difficoltà esecutive e l'iperfocalizzazione. Una valutazione approfondita è il solo modo per distinguerle e capire quale delle due (o entrambe) descrive meglio il tuo funzionamento.

Come si comunica la diagnosi al lavoro? È obbligatorio dirlo?

No, non sei obbligato a comunicarlo al datore di lavoro. La diagnosi è una tua informazione personale e protetta dalla normativa sulla privacy.

Tuttavia, se desideri richiedere accomodamenti ragionevoli (come orari flessibili, spazi di lavoro più silenziosi, istruzioni scritte anziché verbali) potresti aver bisogno di fornire documentazione medica. In questo caso, non è necessario rivelare la diagnosi completa: spesso è sufficiente la certificazione del medico competente aziendale che attesta il bisogno di specifici supporti, senza entrare nel dettaglio della diagnosi.

La scelta di divulgare o meno è personale e dipende molto dal contesto lavorativo. Parlarne con il tuo terapeuta può aiutarti a valutare pro e contro nel tuo caso specifico.

Che tipo di terapia o supporto offrite dopo la diagnosi?

Dopo la diagnosi proponiamo un percorso terapeutico multidisciplinare costruito sulle tue esigenze specifiche, non una terapia generica. L'équipe è composta da psichiatra, tecnico della riabilitazione psichiatrica e psicoterapeuta che lavorano in sinergia.

Gli obiettivi del percorso possono includere la gestione del burnout autistico, la riduzione del masking non volontario, il miglioramento della regolazione emotiva, il supporto nelle relazioni e nel contesto lavorativo. Non si tratta di "correggere" l'autismo, ma di costruire strategie per stare meglio nel mondo così com'è, senza rinunciare a chi sei o sprecare energie nel tentativo di mascherarti.

Quali diritti e tutele esistono in Italia per gli adulti autistici?

Il quadro normativo principale è la Legge 134/2015, che obbliga il SSN a garantire diagnosi, trattamenti basati su evidenze e percorsi di presa in carico lungo tutto l'arco della vita. A questa si affianca il D.Lgs. 62/2024, che ha introdotto la riforma della disabilità con valutazione multidimensionale unica.

In ambito lavorativo: il collocamento mirato (Legge 68/1999), gli accomodamenti ragionevoli sul posto di lavoro (D.Lgs. 62/2024), e permessi o congedi retribuiti in alcuni casi. Sul versante economico: invalidità civile con relativo assegno mensile o pensione, e indennità di accompagnamento nei casi di maggiore compromissione funzionale.

Per accedere a queste tutele è necessario avviare un percorso di riconoscimento presso la propria ATS con il supporto della diagnosi.

Ricevere una diagnosi da adulto cambia qualcosa concretamente?

Per molte persone sì, profondamente. La diagnosi tardiva spesso innesca un processo di rielaborazione della propria storia: episodi di difficoltà scolastica, lavorativa o relazionale che prima sembravano inspiegabili acquistano finalmente un senso. Molte persone descrivono la diagnosi come liberatoria, perché permette di smettere di incolparsi per caratteristiche che sono semplicemente parte del proprio funzionamento neurologico.

Sul piano pratico, la diagnosi apre l'accesso a percorsi terapeutici mirati (molto più efficaci di terapie generiche), a tutele lavorative, a supporti riabilitativi e a una comprensione di sé che può migliorare significativamente la qualità di vita.

Cos'è il masking e perché rende difficile riconoscersi come autistici?

Il masking — detto anche camuffamento o camouflage — è il processo, spesso inconscio, con cui una persona autistica impara a imitare comportamenti sociali neurotipici per ridurre il senso di diversità e prevenire esclusione o giudizio.

Chi fa masking fin dall'infanzia può avere sviluppato strategie di adattamento così efficaci da non sembrare "abbastanza autistico" agli occhi degli altri — e spesso nemmeno ai propri. Questo è uno dei motivi principali per cui molti adulti ricevono la diagnosi tardi o per cui si sperimenta la sindrome dell'impostore.

Il problema è che il masking ha un costo enorme: richiede uno sforzo mentale ed emotivo continuo che, nel tempo, può portare a esaurimento cronico, ansia, depressione e burnout autistico. Se ti senti perennemente "in recita" nella vita sociale, è un segnale che vale la pena esplorare.

Posso essere autistico se ho sempre avuto amici e relazioni?

Sì. L'autismo non implica l'assenza di relazioni o il desiderio di solitudine: molte persone autistiche desiderano profondamente connettersi con gli altri, ma lo fanno in modo diverso o con una fatica maggiore rispetto ai neurotipici.

Avere relazioni non esclude l'autismo. Quello che può differenziare è la quantità di energia investita per "navigare" le interazioni sociali, la sensazione di non capire le regole non scritte, la tendenza a fare masking per essere accettati, o il senso di estraneità anche quando si è in mezzo agli altri.

C'è differenza tra autismo maschile e femminile? Perché nelle donne viene diagnosticato meno?

Sì, esiste un significativo divario diagnostico di genere (gender gap). Le donne e le persone AFAB (assegnate femmine alla nascita) tendono a essere diagnosticate molto più tardi — o non lo vengono affatto — per una serie di ragioni.

Primo, i criteri diagnostici classici sono stati costruiti su studi condotti prevalentemente su maschi, e quindi rispecchiano una presentazione "maschile" dell'autismo. Secondo, le donne autistiche tendono a fare masking in modo più sofisticato e precoce, imparando a imitare comportamenti sociali con maggiore precisione. Terzo, gli specialisti che non conoscono bene la presentazione femminile dello spettro spesso interpretano i segnali come ansia, disturbo borderline o disturbi dell'umore.

Il risultato è che molte donne arrivano alla diagnosi dopo anni di diagnosi errate e terapie che non funzionavano. Se sei una donna e ti riconosci nelle caratteristiche dello spettro, questa è una ragione in più per rivolgerti a specialisti esperti nella presentazione femminile.

Il test di autovalutazione è sufficiente per capire se sono autistico?

No. Il test di autovalutazione è uno strumento utile per capire se vale la pena approfondire, ma non costituisce in alcun modo una diagnosi. Può aiutarti a riconoscere delle caratteristiche e a decidere se avviare un percorso diagnostico formale, ma non ha valore clinico.

Una diagnosi di autismo richiede una valutazione multidisciplinare con colloquio psichiatrico, raccolta anamnestica e test psicologici standardizzati condotti da professionisti specializzati. Solo al termine di questo processo si può parlare di diagnosi.

Se il test evidenzia caratteristiche autistiche, ti consigliamo di prenotare un primo colloquio con la nostra équipe per valutare insieme i passi successivi.